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BOLLATE - Elio canta Jannacci al Festival di Villa ARCONATI .


Bollate - Tutto esaurito per Elio che canta Jannacci al Festival di Villa Arconati.

Nel pieno degli eventi del Festival di Villa Arconati 2023, ieri sera, si è esibito il poliedrico ed eclettico Elio, al secolo Stefano Belisari.



Personaggio televisivo, comico, musicista, ed attore di teatro, ha recitato e cantato in una accorata rivisitazione, le canzoni di Enzo Jannacci,

arricchendole della sua esuberante performance. Elio ed Enzo, due milanesi non così diversi. Nati e cresciuti nella Milano del “dopoguerra” l’uno, e in quella “da bere” l’altro, ma accomunati entrambi dalle origini famigliari lontane dal capoluogo lombardo e dalla smania di eccellere ognuno nel proprio campo di attività. Due artisti animati da un umorismo sottile, surreale e due menti eccellenti. Laureato medico-chirurgo l’uno, ingegnere elettronico l’altro, ma entrambi folgorati ad un certo punto della propria esistenza, dal richiamo veemente della propria vocazione musicale. Ecco perché, sicuramente Elio, è la persona più adatta a rappresentare una parte dell’anima di Jannacci, e nella messa in scena teatrale di questa afosa serata estiva in Villa, lo fa veramente molto bene.

Sul palco, in una coloratissima scenografia disegnata da Giorgio Gallione, assieme ad Elio ci sono cinque musicisti. Oltre al fido Alberto Tafuri al pianoforte, Martino Malacrida alla batteria, Pietro Martinelli al basso e contrabbasso, Sophia Tomelleri al sassofono, Giulio Tullio al trombone. A loro tocca il compito di accompagnare la serata dallo sconfinato e irripetibile repertorio umano e musicale. Il tutto arricchito da scritti e pensieri di compagni della vita professionale e di amicizia di Jannacci. Da Umberto Eco a Dario Fo, da Francesco Piccolo a Marco Presta.

Il concerto si apre sulle note di “Saltimbanchi”, ed Elio ci spalanca subito le porte della poetica e del mondo del celebrato cantautore milanese. Jannacci, fiero e convinto, è stato capace di descrivere un passato che non c’è più, e di cogliere la pericolosa instabilità dei nostri tempi. Con estrema lucidità e con interpretazioni divertenti e malinconiche, ha lanciato sberleffi al modo di vivere passato, e nello stesso tempo ha raggiunto elevate vette di intimismo nel racconto di un presente, spesso amaro. Di tutto questo, Elio conosce, e sa di cosa parla. Anche lui, dopotutto con la sua band, Elio e le storie tese, ha parlato di storie tragiche, comiche, surreali, e le ha sapute raccontare oltrepassando il limite della canzone strofa-ritornello-strofa, e di utilizzare un finto “nonsense” per raccontare cose di vita quotidiana, con una poetica precisa. Lo spettacolo è un viaggio dentro le epoche di Jannacci, più che dentro i suoi grandi successi: tra i brani c’è La luna è una lampadina, L’Armando, El purtava i scarp del tennis, canzoni che Elio ride mentre canta. Il repertorio è vastissimo e la scelta dei brani è caduta sia sul Jannacci comico che quello che ti spezza il cuore di Vincenzina o Giovanni telegrafista, risate e drammi. Forse poteva essere sviluppato diversamente, fatto diversamente, ma nelle intenzioni di Elio, c’è di regalarci il grande artista così com’è. Come è la vita: imperfetta.

Parlare di Enzo Jannacci, cercare di riprendere i suoi testi e renderli esilaranti e credibili dal vivo ancora, e senza di lui, è incredibilmente pericoloso e molto complicato. Bisogna dare atto ad Elio che la sua scelta da artista, è stata molto coraggiosa. Le insidie di quei tempi al di fuori della regola del quattro quarti, delle metriche particolari e delle pause comiche da rispettare rigorosamente, nascondono una sfida tecnica pericolosa. Senza contare la possibile “stecca”, dietro l’angolo. Elio è un professionista bravissimo, e l’operazione sembra convintamente riuscita a pieno. Ci si diverte. Si riflette. Si abbandona la sedia a fine serata, convinti di aver fatto un bellissimo salto nella storia culturale del nostro paese, non solo musicale, ma anche di natura storica e di costume.Jannacci era un chirurgo affermato, un jazzista riconosciuto, eppure è riuscito ad entrare nel cuore della gente e non solo milanese, non in queste vesti, ma solo quando con la sua musica ha affrontato in modo dissacrante i temi della società con un realismo toccante e dolceamaro. Ha raccontato le periferie milanesi negli anni del boom economico, con i suoi personaggi borderline. “Roba minima”, come amava definirla lui: tossici, barboni, prostitute coi calzett de seda, telegrafisti dall’anima urgente, e così via, con il disincanto di un uomo, che è sempre riuscito a vedere la luna in un lampione acceso.

Un’ora e venti di spettacolo, trascorso velocemente, in bilico tra allegria e tristezza, fra tragedia e farsa, gioia e malinconia. Un’ora e venti difficili da dimenticare. Lo show, di fronte ad un Villa Arconati completamente “Tutto esaurito” da giorni, si conclude con una versione scoppiettante di un classico. Un mantra sia dell’artista meneghino che dello stesso Elio, inciso nella storia della Milano di quel periodo storico, e forse anche in quella di adesso. La Milano in cui “L’importante, è esagerare”.


Articolo e GALLERIA FOTO :

Matteo MANDELLI #assefocale




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